ROMA REPUBBLICANA

Roma Repubblicana, 509-31 a.c.
Nel 509 A.C., e dopo avere espulso gli Etruschi, i Romani costruirono una forma di organizzazione politica repubblicana. Una serie di provvedimenti furono stratificati gradualmente fino alla formazione della costituzione romana.
Con la fine della monarchia (509 a.c.), ebbe inizio a Roma il periodo dell' età repubblicana, che durò sino al I secolo a.c., e durante il quale la città conobbe un grande sviluppo politico ed economico. Nel corso del V secolo a.C. dovette combattere contro Volsci ed Equi, alleatisi con alcune città latine ribelli.
Circa nel 493 A.C., i Romani costituirono la
Lega Latina
per proteggersi da vicini di casa e concorrenti come gli Etruschi. La
Lega somigliava alla lega di Delo e aveva gli stessi scopi, ma in
funzione anti-etrusca. A somiglianza di Atene con la lega di Delo, Roma
si servì della lega latina per una politica aggressiva e imperialistica.
Uscita vittoriosa dai conflitti contro i Volsci e gli Equi, Roma dovette
affrontare una lunga e sanguinosa guerra
contro la città etrusca di
Veio, che
ostacolava la sua espansione verso nord. Nel 396 A.C., i romani
attaccarono e distrussero
Veio.
La sconfitta di Veio rese evidente il declino della potenza etrusca.
Ne approfittarono i
Galli o Celti,
nomadi provenienti dalla Francia, che si erano stabiliti nella pianura
padana e in Emilia.
I Galli
attaccarono l'Etruria e
giunsero sino a Roma
(387 a.C), occupando la città. Resistette solo la rocca del Campidoglio, che
i Romani avevano potentemente fortificato. Tuttavia, poiché i Galli
mantenevano costumi e tradizioni da nomadi e preferivano limitarsi a brevi
spedizioni in cui potessero compiere razzie e saccheggi,
Roma fu liberata dietro il
pagamento di un ricco tributo in oro.
La sconfitta costituì una salutare lezione per il popolo romano, anche se la
storia "ufficiale" di Roma non volle mai ammetterla; nacque, infatti, una
leggenda secondo cui
Marco Furio Camillo
sarebbe arrivato con le armi in pugno mentre si stava pagando il riscatto e
avrebbe scacciato gli invasori.
I popoli conquistati
furono organizzati in vari gradi di diritto e di responsabilità. Per
esempio, ad alcune città fu concessa la cittadinanza. Ad altre furono
accordati i diritti di cittadinanza tranne la possibilità di votare nelle
assemblee (comitia). Ad un livello più basso, alcuni stati ricevevano
semplicemente da Roma appoggio nel caso di un'invasione. Questo sistema di
"confederare" gli stati conquistati aveva un successo molto maggiore della
dominazione e sottomissione.
I Romani,
diversamente dai conquistatori precedenti,
non sottomisero i popoli conquistati riducendoli
in quasi schiavitù, ma li resero loro alleati. In altre parole, li
assimilarono nel cosmopolitismo romano. Questo metodo era molto più
efficiente e, almeno per qualche tempo, dava meno problemi. Questa
politica di compromesso e di assimilazione accrebbe continuamente la forza
della repubblica romana.
Le truppe di Roma, al comando del console
Marco Furio Camillo, nominato dittatore, riuscirono a conquistare la città
nemica nel 396 a.c.
La Costituzione Repubblicana
La
costituzione delineava i
diritti
dei cittadini ed a Roma, ognuno
con l'eccezione delle donne, degli schiavi e dei residenti stranieri era
qualificato come cittadino. La Repubblica romana era più che altro una
confederazione di stati sotto il
controllo di un rappresentante dell'autorità centrale.
La costituzione repubblicana, che fu instaurata dopo l'abbattimento della monarchia, presenta l'aspetto seguente:
La nuova costituzione repubblicana poneva il governo nelle mani del patriziato, che costituiva il senato, aveva la preponderanza nei comizi centuriati, e disponeva delle maggiori cariche dello stato. Si aggiunga che il patriziato, man mano che Roma estese la sua conquista, aumentò sempre più le proprie ricchezze, sia perché gran parte del territorio che lo stato toglieva ai nemici (il cosiddetto ager publicus) era riservato ai patrizi; sia perché i piccoli proprietari plebei, che dovevano servire a loro spese nell'esercito, furono costretti ad indebitarsi, ricorrendo al credito dei grandi proprietari patrizi.
La legge sui debiti era allora molto aspra, perché consentiva che i creditori, oltre a confiscare gli averi dei debitori, s'impadronissero della loro persona, rendendoli schiavi.
Tutto ciò provocò una violenta lotta, di carattere politico ed economico, tra il patriziato e la plebe, lotta che si protrasse per circa due secoli (509-300 a. C.), e che si concluse col pieno pareggiamento degli ordini.
L'ideale di tale costituzione era di evitare che un uomo solo o un gruppo di uomini concentrassero un potere eccessivo nelle proprie mani. In altro parole, la Repubblica era un sistema di freni e contrappesi. L'ideale era che nessun gruppo potesse impadronirsi del potere a danno degli altri. Comunque il vero centro del potere politico a Roma era la famiglia: alleanze, matrimoni, divorzi, adozioni e assassini potevano interrompere o favorire la corsa al potere politico di una famiglia romana.
Il potere delle grandi famiglie o clan (gentes) crebbe a tal punto che verso il 100 A.C. era quasi impossibile diventare console per un uomo i cui antenati non erano mai stati consoli.
La lotta di Classe tra Patrizi e Plebei
Uno dei più importanti sviluppi nella storia più
antica della repubblica romana fu
la lotta tra le classi
sociali.
Tra il 500 ed il 300 A.C., la cittadinanza romana era divisa tra patrizi e
plebei. Giuridicamente definiti nella costituzione i patrizi erano un
piccolo gruppo di cittadini (rappresentavano meno del 10% della popolazione
di Roma) socialmente superiori alla maggioranza dei cittadini. Avevano
guadagnato la loro posizione attraverso ricchezza o la proprietà della
terra. I patrizi
tenevano il monopolio del potere sociale, politico ed
economico sebbene fossero superati in numero dai plebei. I plebei erano quei
cittadini che mancavano di potere politico, anche se tra le loro file erano
inclusi contadini senza terra e all'individui molto ricchi che volevano
diventare un patrizi. La "Lotta di classe" tra patrizi e plebei fu
combattuta sul piano della legalità.
Essere un patrizio o un plebeo era
determinato dalla legge e non
dalla tradizione o dal costume. Come in tutte le
aristocrazie
- ovvero il potere dei pochi -
solamente i patrizi potevano appartenere al Senato.
I plebei
avevano il diritto di votare nell'assemblea, ma i loro voti erano
fortemente condizionati e influenzati dai patrizi. E poiché a votare per
primi erano i più ricchi tra i senatori essi formavano un blocco effettivo
contro gli altri gruppi. Nel 494 A.C., i plebei minacciarono di
lasciare Roma e fondare un loro proprio stato indipendente (concilium
plebis). Quello che progettavano i plebei era letteralmente la creazione di
uno stato nello stato. Il loro fine era di creare una protezione contro gli
abusi e gli atti arbitrari del Senato e dei consoli.
Alla fine, la costituzione romana fu cambiata per soddisfare alcune delle richieste dei plebei, ma i patrizi conservarono il controllo del potere.
I plebei ottennero di eleggere due magistrati loro rappresentanti, i tribuni della plebe. Nei primi secoli della repubblica il tribunato fu forse il più importante potere politico. I tribuni avevano il potere di veto assoluto; loro non potevano essere chiamati a dare conto delle loro azioni; e non potevano essere colpiti in alcun modo, e neanche essere toccati. Le uniche azioni che un tribuno non poteva proibire erano quelle dei comandanti militari o dittatori.
Entro il 450 A.C. i plebei vinsero un'altra importante concessione, le Leggi Delle Dodici Tavole, una raccolta di leggi civili e penali che interessavano i principali rapporti tra i cittadini e tra i membri delle famiglie.
Nel 445 A.C., i plebei vinsero anche il diritto di matrimonio tra patrizi e plebei (la Legge Canuleia). Questo era importante per la semplice ragione che permise ai plebei ricchi di diventare patrizi essi stessi, e di raggiungere i più alti gradini del cursus honorum.
Nel 367 A.C., i tribuni Gaio Licinio e Lucio Sesto vararono la leggi Licinie-Sestie che stabilivano:
Finalmente, nel 287 A.C., fu varata una legge che permetteva alle decisioni dei comizi centuriati di avere effetto in tutto lo stato senza dover passare sotto il controllo nessun altro organismo (lex hortensia).
Una società più aperta, non una democrazia
Non si deve, però, credere che con questi provvedimenti la
società romana divenisse una democrazia simile a quella ateniese.
Nell'Atene di Periele tutti i cittadini avevano, almeno in teoria, uguale
peso politico. Al contrario, nella Roma repubblicana, i privilegi dei
patrizi furono estesi non a tutti i cittadini ma solo ai plebei ricchi,
che potevano permettersi di dedicare alla carriera politica tutto il tempo
e il denaro che la stessa richiedeva.
Questa era lunga e complessa:
iniziava con le cariche più basse e necessitava del voto favorevole dei
clienti nelle assemblee.
Chi doveva lavorare per vivere e chi non
disponeva di vaste clientele non aveva, di fatto, alcuna possibilità di
essere eletto. Si può dire, dunque, che la Roma repubblicana fu un regime
aristocratico.
A differenza di Sparta, però, l'aristocrazia di Roma fu
composta sia da patrizi, sia da plebei abbienti. Essa consentì, cioè,
anche l'affermazione di quelli che Roma stessa chiamava uomini nuovi.
Questi portavano nuove idee e un maggior dinamismo, consentendo alla
classe dirigente romana un' evoluzione in armonia con le necessità dei
tempi, che via via mutavano.
Dopo la guerra contro i Latini e le città
etrusche,
Roma era divenuta la maggiore potenza militare terrestre in
Italia. Più organizzata e unita della lega etrusca e anche delle potenti
città greche del Mezzogiorno (Napoli, Taranto e Siracusa, divise da
rivalità e spesso in guerra fra loro), poteva inoltre contare su un vero e
proprio esercito di cittadini, di gran lunga più fedele e motivato a
combattere dei soldati mercenari assoldati da Etruschi e Greci.
A
contrastare la politica di conquista di Roma erano ora i
Sanniti, che
abitavano le zone montuose della
Campania e dell'Abruzzo. I Sanniti erano
rudi e valorosi combattenti, fortissimi nei loro territori montuosi, che
ben si prestavano agli attacchi di sorpresa e agli agguati. Proprio come
Roma, miravano a espandersi verso l'Italia meridionale. Lo scontro, che
ebbe inizio nel 343 a. C, fu dunque inevitabile e si rivelò lungo e
sanguinoso. Roma poteva, però, contare sull' aiuto di Napoli, la cui
ricchezza era continuamente minacciata dalle tribù sannitiche, mentre
Etruschi e Galli si allearono ai Sanniti per tentare di contrastare
insieme la potenza romana, che stava ormai dilagando in tutta Italia.
L'azione dei Romani fu estremamente efficace e coordinata: attaccarono
separatamente gli eserciti dei tre popoli alleati. Dapprima sconfissero
i Galli a Sentino, nell'Umbria, quindi combatterono gli Etruschi e i
Sanniti, costringendo
entrambi a divenire alleati di Roma.
Dopo aver sconfitto i Sanniti, Roma si trovò di
fronte le ricche città greche della Magna Grecia, alcune delle quali assai
potenti, come Taranto e Napoli. Napoli scelse di allearsi con Roma, mentre
Taranto decise di resistere.
Taranto era una città commerciale molto
ricca e per contrastare la potenza dei Sanniti aveva chiamato in aiuto,
più volte, truppe dell'Epiro (un regno a
nord della Grecia) o truppe di
Sparta. La guerra contro Taranto scoppiò nel 281 a.c. e in quell'
occasione i Tarantini chiesero aiuto a
Pirro, re dell'Epiro. Pirro, assai
ambizioso, cercava di estendere il proprio dominio nell'Italia
meridionale. Le sue truppe impiegavano in battaglia
elefanti rivestiti di
pesanti corazze. Forse anche grazie a questa novità militare, all'inizio
Pirro sconfisse i Romani. Perse tuttavia un numero incredibilmente alto di
soldati e non riuscì a rimpiazzarli, sia per la distanza dalla
madrepatria, sia perché l'Epiro era un regno piccolo e poco popolato.
Taranto, inoltre, aveva sperato nell'aiuto delle altre città greche,
compresa la potente Siracusa, ma Roma aveva da tempo stretto solide
alleanze con queste.
Nel 275 a.C
Pirro venne definitivamente sconfitto
a Benevento e fu costretto ad abbandonare l'Italia. Taranto, Reggio
Calabria e i territori di altre popolazioni meridionali, come i Bruzi
(Calabria) e i Lucani (Basilicata), furono tutti incorporati nei domini di
Roma.
Ormai era sotto il controllo dei Romani un territorio che si
estendeva fino allo stretto di Messina e che contava una popolazione di
almeno 4 milioni di abitanti.
Con
l'espansione di Roma,
il diritto romano, la lingua latina e i costumi dei Romani si diffusero
progressivamente in tutta Italia. Si realizzò, cosÌ, un'unica civiltà:
le comunicazioni furono rese più agevoli, si costruirono ponti, strade,
acquedotti e nuove città.
Tutto questo favorÌ lo sviluppo dell'economia: la produzione e gli
scambi commerciali fiorirono in tutta Italia.
Questo avveniva in un
clima di pace interna che per quel tempo rappresentò una grande
conquista: i trasporti via mare potevano realizzarsi senza timore di
pirati; nei centri abitati veniva fatto rispettare l'ordine pubblico;
chi subiva un torto poteva chiedere e ottenere giustizia

I greci cercarono di demolire le istituzioni sociali delle terre conquistate e per sostituirle con le istituzioni greche. Alessandro lasciò decine di migliaia dei suoi soldati fedeli nelle aree che lui aveva conquistato, considerò l'imposizione della lingua greca come un bene, diede il suo nome a più di 70 città, esportò nei territori conquistati la scienza, l'arte, il teatro, la filosofia dei greci: noi abbiamo chiamato questo processo ellenizzazione.
Piuttosto che distruggere istituzioni tradizionali, la cultura, la lingua, o la religione, i romani permisero ai popoli conquistati di conservare perfino la loro propria struttura politica ed amministrativa. Tutto quello chi i popoli confederati dovevano fare era di pagare i tributi e di assistere Roma in caso di necessità.
In altre parole, i romani presentarono ai popoli una "offerta che essi non potevano rifiutare." Essi potevano conservare la loro "storia" finché loro non tentavano di affondare la barca. A moltissimi fu concessa la cittadinanza romana, permettendo loro di sentirsi parte di un mondo in crescita, e nello stesso tempo ogni popolo, continuando a conservare i propri modi di vivere, poteva avvertire i vantaggi di essere alleato di Roma.
I romani capirono che era più facile governare un territorio molto vasto se ciascun popolo si sentiva parte di un organismo più vasto. La cosa più sorprendente è che i romani ad un certo punto cambiarono completamente la musica.
L'Imperialismo Romano
Data la propensione romana per il potere,
Roma fu in guerra nella maggior
parte degli anni della Repubblica. Le più famose di queste guerre furono le
Guerre Puniche
con Cartagine.
Cartagine, un nemico sempre più potente

Mentre Roma occupava vittoriosamente gran parte della
penisola italiana, Cartagine, una colonia fenicia fondata nell'814 a.C
sulla costa settentrionale dell'Africa
presso l'odierna Tunisi, accresceva
il suo dominio sul Mediterraneo occidentale. Cartagine era una grande
potenza marittima. Le sue flotte controllavano i mari e la sua espansione
coloniale toccava ormai molti paesi mediterranei: Spagna meridionale,
Sardegna, Corsica e Sicilia occidentale.
I suoi commerci si spingevano
anche verso Oriente, sino alla Persia. Le navi cartaginesi
avevano varcato
audacemente lo stretto di Gibilterra (le cosiddette" colonne d'Ercole"),
esplorando le terre africane a sud e giungendo a nord fino alle coste
dell'Inghilterra. Ben consapevoli della crescente potenza romana, i
Cartaginesi avevano già stipulato diversi trattati con Roma, anche in
occasione delle guerre contro Pirro. Ma appariva chiaro, a un certo punto
della loro espansione, che le due grandi città si sarebbero trovate l'una
contro l'altra.
Cartagine, tuttavia,
aveva due grandi limiti: uno politico, l'altro militare. Politicamente essa
imponeva ai popoli
soggetti un potere
assoluto, diversamente da Roma. Questo comportava a volte dure e aspre
rivolte, che Cartagine
reprimeva con ferocia e crudeltà.
Sul piano militare, inoltre, essa disponeva di un esercito di terra e di
mare composto da mercenari, soldati e marinai arruolati in diverse regioni
del mondo, i quali, quando non venivano pagati, si rifiutavano di
combattere.
Contro i Cartaginesi la prima guerra punica

La prima guerra tra
Roma e Cartagine (la prima
guerra punica ) scoppiò quasi casualmente. La città di Messina, che
controllava lo stretto fra la Sicilia e l'Italia meridionale, era stata
occupata da gruppi di ex mercenari ribelli di origine italica, chiamati
Mamertini (da Mamerte, nome latino di Marte, dio della guerra). Attaccati
dal tiranno di Siracusa, Gerone II, i Mamertini chiesero aiuto a Roma,
vantando la loro comune origine italica.
Nel 264 a.C Roma inviò quindi
un esercito. Cartagine, preoccupata per una possibile occupazione romana
della Sicilia, mandò sue truppe per contrastarlo. Ma i Romani in breve
tempo sconfissero sia le truppe cartaginesi che quelle siracusane. Dopo
l'alleanza di Gerone II e altre città greche con i Romani, la città di
Agrigento fu occupata (261 a.C) e i
Cartaginesi vennero battuti nelle
battaglie navali di Milazzo e Capo Ecnomo. All' origine della vittoria
della flotta romana sta l'invenzione di un'ingegnosa macchina: il corvo.
Si trattava di un ponte in legno, collocato a prua e munito di un solido
arpione, che veniva abbassato di colpo sulle navi cartaginesi affiancate e
le agganciava. I fanti romani, armati di gladio (una spada a lama larga e
corta, tagliente su entrambi i lati e appuntita) e di scudo, vi passavano
sopra e invadevano la nave nemica. Nacque
così
l'arrembaggio,
una nuova tecnica di combattimento navale. Resi imprudenti dalle vittorie
riportate, i Romani
sottovalutarono la reale forza di Cartagine
e inviarono in Africa
due successive spedizioni
per attaccarla nel suo territorio.
La prima riportò un insuccesso sia in
mare che a terra e il console
Attilio Regolo fu catturato e ucciso. Nella
seconda, a causa di una furiosa tempesta,
la flotta romana naufragò e con
essa parte dell'esercito. I Romani, tuttavia, non si scoraggiarono e
allestirono una nuova flotta.
Questa, al comando del console Gaio Lutazio
Càtulo, ottenne, nel 241 a.C, una
schiacciante vittoria presso le isole
Ègadi, ponendo così fine alla guerra.
Cartagine dovette abbandonare
completamente la Sicilia, restituire tutti i prigionieri romani e pagare
un'enorme indennità di guerra a Roma, pari a oltre 40.000 chilogrammi
d'argento.
La prima guerra punica fu forse una delle più distruttive
del mondo antico. Lo storico greco Polibio la definì "la più grande guerra
della storia per durata, violenza e vastità delle operazioni".
Contro Annibale la seconda guerra punica

L'espansione romana continuò: furono occupate la Sardegna, la
Corsica e l'Illiria (l'attuale Dalmazia). Nella pianura padana fu presa ai
Galli Mediolanum (Milano). Per parte loro, i Cartaginesi iniziarono una
serie di campagne militari per occupare la Spagna meridionale e compensare
la perdita della Sicilia. Due grandi generali cartaginesi, Amìlcare Barca
e Asdrùbale, fra il 237 e il 222 a. C. conquistarono i territori spagnoli
posti a sud del fiume Ebro (fiume che, secondo gli accordi presi con Roma,
Cartagine non doveva attraversare).
Nel 219 a.C.
il nuovo generale
cartaginese Annìbale attaccò la città di Sagunto, alleata di Roma. I
Romani chiesero ai Cartaginesi di ritirarsi, ma Annibale rifiutò.
Cominciava così la seconda guerra punica.
Annibale decise subito di
lasciare la Spagna e di marciare contro l'Italia, attraversando le Alpi
con un esercito di 20.000 fanti e 6.000 cavalieri. Grazie all' aiuto delle
tribù galliche, egli riuscì a sconfiggere l'esercito romano presso i fiumi
Ticino e Trebbia. Poi, spostandosi rapidamente verso sud,
batté di nuovo i Romani presso il lago Trasimeno, in
Etruria.
Tuttavia, contrariamente a quanto sperava, gli
alleati latini e dell'Italia centrale non si ribellarono a Roma. Così
l'esercito cartaginese dovette dirigersi ancora più a sud. Nel 216 a.c.
Annibale
riportò un'altra clamorosa vittoria
a Canne, in
Puglia. Molte città del sud, come Capua, Taranto e Siracusa,
passarono allora dalla parte dei Cartaginesi.
Nel 215 a.c. anche il re
Filippo V di Macedonia si alleò con
Annibale,
ormai da tutti ritenuto
prossimo vincitore. Roma, sostenuta dalle città alleate dell'Italia
centrale, rifiutò ogni trattativa di resa. Il suo nuovo generale, Quinto
Fabio Massimo, propose di prendere tempo e aspettare che l'esercito
cartaginese, lontano dalla patria, si indebolisse. Capua venne quindi
assediata e presa nel 211 a.c., mentre una grande spedizione navale
riconquistava nello stesso anno Siracusa sotto il console
Claudio
Marcello, e un terzo esercito combatteva in Spagna
riconquistando Sagunto, sotto il comando di
Publio Cornelio
Scipione. In soli tre anni, questo giovane generale conquistò la potente
colonia di Nuova Cartagine e sconfisse
Asdrubale
prima che si ricongiungesse al fratello Annibale in Italia. La battaglia
fu combattuta presso il fiume Metauro, ne1207 a.c. Annibale rimase così
nell'Italia meridionale sempre più isolato, mentre Scipione riusciva a
cacciare tutte le truppe cartaginesi dalla Spagna.
Nel 204 a.c. Scipione ottenne dal senato l'autorizzazione a sbarcare in Africa per attaccare direttamente la stessa Cartagine. Annibale rientrò in Africa a difendere la sua patria, ma fu sconfitto nella battaglia finale, avvenuta a Zama (202 a.c.). Egli stesso dovette trattare la resa, incontrandosi con Publio Scipione.
Fu stabilito che Cartagine
abbandonasse ogni conquista e ogni colonia fuori dalle coste africane;
la sua flotta fu ridotta a sole dieci navi e i Cartaginesi si
impegnarono a pagare in 50 anni un'indennità di oltre 100.000
chilogrammi d'argento. Nel 195 a.c.Annibale fu costretto ad abbandonare
la patria perché i Romani ancora lo temevano, e si rifugiò presso i re
orientali nemici di Roma. Sconfitti anche questi sovrani dagli eserciti
romani, Annibale si avvelenò nel 183 a.c. per non arrendersi ai suoi
nemici. Dopo la vittoria su Cartagine, i Romani si dedicarono alla
riarganizzaziane dei territori conquistati.
Le città dell'Italia
settentrionale che si erano ribellate, alleandosi con Annibale, vennero
duramente punite. Per maggior sicurezza furono ingrandite e rinforzate le
colonie romane già create e ne furono fondate altre, come Rimini e
Aquileia. Anche la Spagna entrò a far parte del dominio romano ma, a causa
delle continue ribellioni, pacificarla fu un'impresa lunga e difficile. La
conquista definitiva di questo territorio si realizzò solo nel I secolo
a.c., agli inizi dell'impero di Augusto.
La fine della seconda guerra punica aveva lasciato i
Romani liberi di intervenire anche in Grecia e in Oriente. Inizialmente
Roma andò in Grecia per punire
Filippo V re di Macedonia, che si era
alleato con Annibale e Cartagine. Tra il 200 e il 197 a.c. l'esercito
romano del console Tito Quinzio Flaminino sconfisse le truppe macedoni e
costrinse Filippo V che aveva occupato la Grecia, a rientrare in
Macedonia.
Fu così che ai giochi sacri di Corinto nel 196 a.c. il
console Flaminino poté proclamare a una folla entusiasta che Roma, avendo
liberato il paese, intendeva lasciare alle città e agli Stati greci la
loro indipendenza.
Questa soluzione, tuttavia, non poteva durare a
lungo. Fu il re Pèrseo di Macedonia che per primo si pose a capo della
lotta contro i Romani. Ma Perseo fu sconfitto a Pidna (168 a.C) e poco
dopo il regno di Macedonia diventò una provincia romana. La presenza di
soldati romani sul territorio greco divenne allora più assidua. Inoltre,
l'indipendenza concessa alle città greche era limitata. Nel 146 a.C alcune
città greche costituirono una lega contro Roma e riunirono un esercito, ma
Roma le sconfisse. Corinto, che si era posta a capo della lega, fu
saccheggiata e distrutta (145 a.C), e la Grecia divenne una provincia
romana.
Nel
frattempo Cartagine si era ripresa.
Essa non costituiva in realtà una vera minaccia, ma il ricordo delle
guerre precedenti era ancora molto vivo. Roma colse allora l'occasione
rappresentata da una modesta guerra di confine fra Cartagine e
Massinissa, re della Numidia (all'incirca l'attuale Algeria), per
intervenire.
Cartagine chiese la pace, ma Roma fu inflessibile e scoppiò la terza
guerra punica. Dopo
due anni di assedio e di difesa disperata,
la città fu conquistata e
distrutta (146 a.C)
da Scipione Emiliano, nipote dello Scipione Africano vincitore di Zama.
Sulle rovine di Cartagine fu
passato l'aratro e sparso del sale, perché nulla vi potesse più
crescere.
Per la prima volta nella
storia del mondo antico, una repubblica aveva creato un esteso dominio
simile a un impero. Tutto ciò provocò profondi cambiamenti nella vita
politica, sociale ed economica di Roma e della stessa Italia.
L'improvviso afflusso di ricchezze conquistate con le guerre e il
contatto con la Grecia e l'Oriente cambiarono profondamente il modo di
vita dei Romani delle classi agiate. Generali come
Scipione e Flaminino,
senatori, patrizi, plebei ricchi adottarono spesso gli usi e costumi
greci e vissero immersi nel lusso. Così facendo, si attirarono le accuse
di uomini austeri come
Catone il
Censore, che si atteggiò a difensore dei modi di vita semplici della
vecchia repubblica. Un fortissimo influsso fu esercitato dalla cultura
artistica e letteraria greca su quella di Roma. Un grande poeta latino,
Orazio, scrisse in seguito: "La Grecia conquistata conquistò a sua volta
il rozzo vincitore".
Effettivamente la cultura latina era stata sino
ad allora assai più semplice di quella greca. In particolare i Romani
avevano sviluppato come creazioni proprie soprattutto alcune scienze nelle
quali erano di primaria importanza aspetti tecnici o immediate utilità
pratiche, come l'architettura o il diritto. Al contrario, le arti
figurative, la poesia, il teatro si affermarono solo in seguito ai
contatti con la Grecia e si ispirarono moltissimo a modelli greci. Di
questo i Romani furono ben consapevoli. Secondo loro la letteratura latina
aveva una precisa data di nascita: il 240 a.C In quell'anno Livio
Andronìco, un greco di Taranto, autore di una traduzione in latino
dell'Odissea, mise in scena una tragedia in lingua latina.